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del MMORPG (gioco di ruolo online) Guild Wars

Lama del destino

 

In collaborazione con Multiplayer.it pubblichiamo il prologo ed il primo capitolo del nuovo libro
basato sul mondo di Guild Wars 2 - La Lama del Destino di J. Robert King.

Di seguito potete leggerne il prologo e scaricare il primo capitolo. Buona lettura.

 


 

 

Le fiamme erano splendide, come foglie d’autunno rosse e dorate che frusciano al vento che le solleva in cielo, donando loro la libertà.

Il villaggio stava volando via nel cielo. La paglia, gli sterpi e le travi dei tetti erano ormai ridotti in cenere.

Caithe guardava il villaggio e i suoi abitanti avvolti dalle fiamme.

Era arrivata troppo tardi. Non era rimasto che fuoco.

Eppure, era bellissimo.

Caithe dei Sylvari Priminati si lasciò scivolare giù dal masso su cui si era accovacciata e fece il suo ingresso nel villaggio in fiamme, lentamente. Come ogni individuo del
suo popolo, era snella e flessuosa, figlia di un grande albero che si trova in una radura sacra. Viveva in piena armonia con la natura: perfino i suoi stivali da viaggio esibivano il motivo dei rampicanti tipici della sua patria. Caithe si scostò i capelli argentati dai grandi occhi, alla ricerca di un segno di vita nel villaggio carbonizzato. Ma c’erano solo fiamme. Tese l’orecchio per cercare di udire una voce. Ma solo il fuoco parlava.

Caithe non temeva il fuoco: proprio come quell’indomabile elemento, era giovane, forte, vorace, indomita e curiosa. Era stato il fuoco ad attirarla lì... era uno spettacolo interessante. Chi l’aveva appiccato? Come? Perché? Come si chiamava quel villaggio?

“Non disdegno mai un bel falò”, le giunse una voce profonda e oscura, femminile e familiare.

La giovane si volse e vide una Sylvari che indossava una gonna lunga e ampia, come se si stesse recando a un ballo. Caithe socchiuse gli occhi. “Che ci fai qui, Faolain?”

Faolain esibì il sorriso sofferente di chi è tormentato da una dipendenza. “Mi ha attirata il fuoco”.

“Come una falena attratta da una fiammella”, commentò Caithe.

“Come te”.

Eppure, Faolain e Caithe non si somigliavano affatto: la prima aveva i capelli, le unghie e gli occhi neri come il giaietto. Erano così dall’istante in cui erano emerse
insieme dall’Albero Pallido: Faolain non faceva che porre domande, mentre a Caithe importavano solo le risposte. Si volevano bene, però, ed erano partite insieme per esplorare il mondo; tuttavia Caithe era cresciuta retta e sincera come una pianticella, mentre Faolain era contorta come l’edera velenosa.

“Hai appiccato tu questo incendio?”, chiese Caithe. Faolain liberò il viso dalla folta chioma nera e inalò il fumo dalle narici allargate. “Bella idea, comunque no. Sono
stati i Distruttori, i mostri di magma”.

Caithe scosse la testa, tetra. “Compaiono ovunque”.

“L’Antico Drago Primordus sta riconquistando il mondo”.

Da un granaio poco lontano si udì un forte lamento. Caithe corse al portone, lo spalancò e scrutò all’interno: il fienile era pervaso da fumo nero e il pavimento dell’aia era ricoperto di fuoco. Contro la parete sul lato opposto era appoggiata una figura annerita che nessuno avrebbe creduto viva, se non fosse stato per quei lamenti.

Caithe si fece strada zigzagando tra le fiamme e si inginocchiò accanto all’uomo, che non aveva più occhi né volto: era come una corteccia crepata e tesa su muscoli
semiliquefatti. Le labbra erano quasi fuse. “Bestia bruciante... bestia bruciante... bestia...”

“Ti aiuterò io”, promise Caithe. “Che paroline dolci”, mormorò Faolain, inginocchiandosi dall’altra parte. “La speranza è come olio che alimenta il fuoco della sofferenza”.

“Mi si è staccata la pelle?”, chiese l’uomo. “È così?”

“Sì”, confermò Caithe gentilmente.

La sua compagna rise. “Oh, come sei crudele”.

“Sono venuti dal sottosuolo”, bisbigliò l’uomo. “Poi si sono divisi. Erano come scarafaggi neri con il corpo di fuoco...”

“Distruttori”, disse Faolain.

“Ti porteremo da un chirurgo”.

“Un chirurgo?”, Faolain prese Caithe per un braccio con un ghigno malevolo. “Fai tutto questo per me, vero?”

“Come? No, lo faccio per lui”.

“Lui è già morto e tu continui a tormentarlo per me”.

“No, ti sbagli!”

Gli occhi di Faolain lampeggiavano. “Vuoi che provi compassione per lui. Vuoi che provi empatia”.

“No!”, ribadì Caithe. “Voglio dire, sì, certo”.

“Aiutami!”, tartagliò l’uomo tra le labbra devastate.

“Lo farò”, Caithe rinnovò il suo impegno.

Gli occhi di Faolain si ridussero a due fessure e la mascella si serrò. “Non puoi redimermi”.

“Non sto cercando di redimerti”.

“Vieni con me, Caithe. Unisciti alla Corte dell’Incubo”.

“Io lo salverò!”, urlò la giovane, protendendosi dietro la sagoma annerita e sollevandola dal pavimento per poi avviarsi verso il portone del granaio. Ma Faolain le si piazzò davanti e le mise una mano sul petto. Il contatto del suo palmo bruciava come il fuoco. Poi un tipo diverso di calore fiorì nel petto di Caithe, che si ritrasse, e vide la gola del contadino inondata di sangue, squarciata dal pugnale di Faolain.

“Cosa?”, gridò Caithe, barcollando all’indietro e cadendo in ginocchio. “L’hai ucciso?”

“L’ho liberato. Vieni con me”.

“Non mi unirò mai all’Incubo”.

Gli occhi di Faolain dardeggiarono. “Il mio tocco e il sacrificio di quest’uomo hanno risvegliato l’oscurità che c’è in te”. Si volse e fece per andarsene. “Presto sarai di nuovo mia”.